Diventi quello che pensi – la ricetta del Buonumore

Diventi quello che Pensi..consapevole o no che tu lo sia.. Succederà!

Oggi riassumo un concetto utile da ricordare (quando lo stress e le preoccupazioni ci limitano) di puro pensiero positivo a stampo pnl, ed un articolo sul buonumore in chiave filosofica per trarne una risposta comune.

Dal Libro di Wayne W. Dyer  Le vostre zone Erronee 

“Diventi quello che pensi, che tu lo voglia o no.

Sono cresciuto in orfanotrofio ma ho sempre avuto la capacità di avere un punto di vista positivo verso quello che mi accadeva.
Ero il bambino più ricco dell’orfanotrofio… Io cercavo le opportunità, quelle ci sono sempre, basta saperle riconoscere…

Ho 67 anni e non sono mai stato disoccupato e non certo perchè la mia situazione economica era buona, ma perché  ho sempre pensato in questa maniera:

Se cambi modo di pensare puoi ottenere quello che vuoi dalla vita, è un concetto semplice e il fatto è, che ho sempre messo in pratica quello che dico…
Nella contemplazione di ciò che desideri crei ciò che vuoi…

I fratelli Writh quando sono riusciti a volare non pensavano a quello che rimaneva sul suolo e della loro capacità di rimanere a terra.
Era necessario che contemplassero la possibilità di alzarsi da terra…la possibilità c’è sempre stata ma nessuno fino ad allora l’aveva contemplata.
Bisogna contemplare la possibilità di fare le cose…
La mia missione è insegnare agli altri come avere fiducia in se stessi e sono convinto che sia per questo che sono nato in un orfanotrofio.
Wayne W. Dyer da Le vostre zone Erronee 

 “IMMAGINATEVI A 90 ANNI FELICI COME NON MAI MENTRE STATE FACENDO COSE STRAORDINARIE…SE INIZI A PENSARE COSI’ ASSUMI UN PUNTO DI VISTA ASSOLUTAMENTE POTENZIANTE” Fabio Marchesi
shadow-ornament

Gli ultimi studi mostrano che i geni c’entrano poco
Lo “star bene” si apprende: dipende dall’accettazione di sé


La ricetta del buonumore
“Diventa ciò che sei”
di UMBERTO GALIMBERTI

IL BUONUMORE è una condizione esistenziale a cui tutti ambiscono e, incapaci di raggiungerla, attribuiscono il fallimento agli altri o alle circostanze del mondo esterno, quali l’amore, la salute, il denaro, l’aspetto fisico, le condizioni di lavoro, l’età, cioè una serie di fattori su cui non esercitiamo praticamente alcun potere di controllo. Ciò consente a ciascuno di noi di esonerarci dal compito di essere non dico felici, ma almeno di buonumore, perché nulla possiamo fare sulle circostanze che non dipendono da noi.

Eppure questa condizione dell’animo è accessibile a qualsiasi essere umano a prescindere dalla sua ricchezza, dalla sua condizione sociale, dalle sue capacità intellettuali, dalle sue condizioni di salute. Non dipende dal piacere, dalla sofferenza fisica, dall’amore, dalla considerazione o dall’ammirazione altrui, ma esclusivamente dalla piena accettazione di sé, che Nietzsche ha sintetizzato nell’aforisma: “Diventa ciò che sei”.

Sembra quasi un’ovvietà, ma non capita quasi mai, perché noi misuriamo la felicità, da cui scende il nostro buon o cattivo umore, non sulla realizzazione di noi stessi, che è fonte di energia positiva per quanti ci vivono intorno, siano essi familiari, colleghi, conoscenti, ma sulla realizzazione dei nostri desideri che formuliamo senza la minima attenzione alle nostre capacità e possibilità di realizzazione. Non accettiamo il nostro corpo, il nostro stato di salute, la nostra età, la nostra occupazione, la qualità dei nostri amori, perché ci regoliamo sugli altri, quando non sugli stereotipi che la pubblicità ci offre ogni giorno.

Distratti da noi, fino a diventare perfetti sconosciuti a noi stessi, ci arrampichiamo ogni giorno su pareti lisce per raggiungere modelli di felicità che abbiamo assunto dall’esterno e, naufragando ogni giorno, perché quei modelli probabilmente sono quanto di più incompatibile possa esserci con la nostra personalità, ci facciamo “cattivo sangue” e distribuiamo malumore, che è una forza negativa che disgrega famiglia, associazione, impresa, in cui ciascuno di noi è inserito, perché spezza la coesione e l’armonia, e costringe gli altri a spendere parole di comprensione e compassione per una sorte che noi e non altri hanno reso infelice.

Se il cattivo umore è il risultato di un desiderio lanciato al di là delle nostre possibilità, non ho alcuna difficoltà a dire che chi è di cattivo umore è colpevole, perché è lui stesso causa della sua infelicità, per aver improvvidamente coltivato un desiderio infinito e incompatibile con i tratti della sua personalità, che non si è mai dato la briga di conoscere.

A questo punto il buonumore non è più una faccenda di “umori”, ma oserei dire un vero e proprio “dovere etico”, non solo perché nutre il gruppo che ci circonda di positività, ma perché presuppone una buona conoscenza di sé che automaticamente limita l’ampiezza smodata dei nostri desideri, accogliendo solo quelli compatibili con le proprie possibilità. Infatti, nello scarto tra il desiderio che abbiamo concepito e le possibilità che abbiamo di realizzarlo c’è lo spazio aperto, e talvolta incolmabile, della nostra infelicità, che ci rode l’anima e mal ci dispone di fronte a noi e agli altri.

Le conseguenze sono note: ansia e depressione che, opportunamente coltivate dal rilancio del desiderio, quasi una reiterazione della nostra prevedibile sconfitta, diventano condizioni permanenti della nostra personalità, che abbassano il tono vitale della nostra esistenza, quando non addirittura, a sentire i medici, il nostro sistema immunitario, disponendoci alla malattia, che non è mai solo un’insorgenza fisica, ma anche spesso, e forse soprattutto, una disposizione dell’anima che ha rinunciato a quel dovere etico che Aristotele segnala come scopo della vita umana: la felicità.

Naturalmente Aristotele, da greco, non si lascia ingannare da cieche speranze o da promesse ultraterrene, e perciò pone, tra le condizioni della felicità, la conoscenza di sé, da cui discende, nel nostro spasmodico desiderare, la “giusta misura”. Il buonumore lo si guadagna attenendosi alla giusta misura, che i Greci conoscevano perché si sapevano mortali e i cristiani conoscono meno perché ospitati da una cultura che non si accontenta della felicità, perché vuole la felicità eterna, che è una condizione che non si addice a chi ha avuto in dote una sorte mortale.

L’accettazione di questa sorte sdrammatizza il dolore e fa accettare quella “giusta misura” dove solamente può nascere buonumore e serena convivenza. di UMBERTO GALIMBERTI   (9 marzo 2004)

Articolo di Repubblica.it

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La mia idea finale è questa: Se diventiamo quello che pensiamo abbiamo necessità di pensieri positivi che spesso ci neghiamo inconsapevolmente da soli con il bisogno di essere apprezzati ed essere conformi agli altri. Diventiamo così nel tempo, quello che vogliono loro e ci allontaniamo sempre più dalla nostra felicità, smettiamo di ascoltare il nostro interno per accontentare la società…minando così la nostra autostima, il benessere e anche la nostra salute.

Ecco perché avere dei desideri, dei sogni da realizzare, ci porta a fare pensieri migliori, ci fa ritrovare la speranza, il buonumore e la motivazione per fare i passi necessari per vivere meglio. Con pensieri migliori creiamo una realtà migliore.

Stammi al Meglio Ciao Marco

 

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L'autore: Marco

Sono Marco Venturi. Docente, ricercatore ed imprenditore online, autore del blog www.latuamappa.com sul quale condivido articoli e prodotti, ebook e varie mappe mentali riguardanti il benessere psico-fisico, la crescita personale e professionale.Obiettivo del sito?..  Allenarci ad essere più felici, realizzati e liberi (sopratutto da noi stessi :)

15 COMMENTI

  1. mi preoccupa il fatto che diventerò quello che penso perchè troppe volte non so cosa pensare e la mente va dove vuole
    cosa mi consigli di fare quando non riesco a controllare i pensieri? grazie fede.

    • Ciao Federica, ho sentito la soria di una bambina che diceva: come faccio a sapere cosa penso se non lo posso leggere?..
      Quindi la prima cosa che puoi faresecondo me, è proprio quella di scrivere o notare i pensieri e rivalutarli a distanza di tempo per vedere se hanno comportato cose o fatti diversi..se così fosse ti consiglio di dare un’occhiata a questa mappa mentale: Spero di esserti stata utile ed aspetto la tua risposta..Un Abbraccio Marco

  2. I nostri pensieri sono energia che influenza gli altri, ma soprattutto noi stessi.
    NOI DIVENTIAMO CIO’ CHE PENSIAMO,
    quindi focalizzati su cio’ che vuoi essere!
    TU sei la fonte delle tue emozioni: puoi crearle o cambiarle!
    Quello che provi dipende da cio’ su cui ti focalizzi e
    dai significati che dai agli eventi.
    Alberto Lori

    • Grande Sandro che citi uno dei miei autori di quantistica preferiti…
      Hai letto o ascoltato questo vero?…
      Ciao Marco

  3. GRAZIe
    Buddha disse: “Quello che siamo, è quello a cui pensiamo”
    IL CHE MI PREOCCUPA!!!!!!
    AUGURI MARCO BUON ANNO!

    • Grazie Sandra che condividi quello che scrivo e non ti preoccupare
      Di 60 mila pensieri in media al giorno non possiamo pretendere di controllarli tutti…direi solo quelli dannosi …
      Auguri a te. Un Abbraccio ciao M

  4. Ciao Marco, secondo me bastava la tua arringa finale senza i due articoli sopra,
    uno non spiega niente e l’altro non da soluzioni..
    T ringrazio comunque della condivisione…Ciao Filippo T

    • Ciao a te Filippo e forse hai ragione… ho forse unito due concetti distanti fra loro?
      Il tuo commento mi fa rilfettere ed è proprio quello che vorrei da voi…Grazie Mille!

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